CIRCEO

Ideazione, ricerche e coreografia Fabrizio Favale
Danzatori Daniele Bianco, Vincenzo Cappuccio, Francesco Leone, Mirko Paparusso, Stefano Roveda, Gianmarco Martini Zani
Musiche originali Daniela Cattivelli
Sound design Fabrizio Favale
Scene, costumi e luci Andrea Del Bianco e Fabrizio Favale
Co-produzione Theatre National de la Danse Chaillot, Paris (FR) / KLm (IT)
Con il contributo di MIBACT – Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Regione Emilia-Romagna e Fondo per la Danza d’Autore/Regione Emilia-Romagna.

 

Piano Residenze Artistiche 2016 / 2017

1-28 Febbraio 2016, Ateliersì, Bologna (IT)
11-20 Marzo 2016, Scenario Pubblico – Centro di produzione danza in Catania (IT)
10-22 Luglio, 29 Agosto-01 Settembre e 11-15 Ottobre 2016, Ateliersì, Bologna (IT)
28 Febbraio – 5 Marzo 2017, Fondazione Nazionale della Danza Aterballetto Reggio Emilia (IT)

 

Foto Alfredo Anceschi 

 

Immagine di copertina Roberto Viccaro 

 

Nell’ordine sono apparsi i seguenti studi: Narvalo, Vavilov, Hekla

 

 

Circeo è un promontorio affacciato sul Mar Tirreno. Luogo mitico di approdo di Ulisse e incontro con Circe.

Questo lavoro nasce attorno a un’ipotesi spettacolare in cerca di una forma scarna, primitiva, qualcosa che resta agli albori, dove ciò che resta è pura circolarità, ipnosi, sogno: Circeo. E largo orizzonte, geometria, solco di balene, montagna sottomarina: Vavilov. E sommovimento tellurico, fuochi, fumo, ghiaccio, vulcano subglaciale: Hekla. E fiaba, mantra, formula incantatoria: Circe.

In un orizzonte esteso e privo di riferimenti, antartico, incantatorio, i danzatori affondano pienamente in un universo/mantra senza spessore, leggero e cangiante, fatto della pura ricercatezza e complessità del movimento, come in un ricamo senza fine, fatto di velocità e lentezza, di simultaneità intraviste e subito raccolte, di calore e di gelo, di distanze, di approssimazioni, di incontro, di baci, di energia consumata, di corpi spossati e arenati. Nell’incertezza tra il mentale e il fattuale, il notturno e il diurno, i danzatori parlano un linguaggio che sembra non appartenere più a noi, ma un mare tempestoso.

Il lavoro presenta una ulteriore sequenza di azioni, che avvengono parallelamente alla struttura danzata, influenzandone costantemente le atmosfere e lo spazio. Queste azioni si articolano perlopiù ai lati della zona performativa, nella penombra o oscurità, e hanno a che fare con elettricità, con cambiamenti luminosi e bagliori, con l’uso di strumentazioni da vulcanologia, blocchi di ghiaccio, roccia, carbone, profili di animali non chiaramente identificabili… modificando atmosfere d’un mondo inventato in un tempo imprecisato.

 

 

RASSEGNA STAMPA
CON LE SUPPLICI UN CIRCEO VULCANICO

di Rodolfo di Giammarco – la Repubblica 25/06/2018

 

In “Circeo” di Fabrizio Favale irrompono le esalazioni di un vulcano, campeggiano su un lato le installazioni di una coppia di speleologi di faglie eruttive, s’intravedono sul fondo i riflessi di crateri accesi, e poi il fondale liscio e di ghiaccio si scioglie per dare spazio a una muraglia di lava. In questo contesto sbalzato dalla natura, gemellante a un’Islanda il promontorio mitico del Tirreno dove Ulisse incontra Circe, Favale materializza una coreografia di rara forza antropologica, un sommovimento primitivo cui dà corpo, oltre ai due performer scientifici citati, una schiera di sette danzatori brutali, virulenti, direi soprattutto selvatici, con impressa la scorza ruvida degli uomini ancestrali dei ritratti del genio naif Gino Covili. Non bastasse, questo bellissimo, misteriosissimo e telluricissimo “Circeo” – vero spettacolo internazionale con battesimo coproduttivo al Théatre de Chaillot di Parigi, approdato all’Argentina nell’ambito della rassegna “Grandi Pianure” del Teatro di Roma – incamera presenze zoomorfiche, adotta passaggi di interpreti mimetizzati da pelli di animali, come a evocare anche un bestiario, un graffito da caverna remota. Eppure questo lavoro di Favale e della sua compagnia Le Supplici, proprio in quanto non narrativo, in quanto buio o accecante, in quanto energicamente tribale, io lo trovo pervaso di una contemporaneità che metabolizza il nostro inconscio, la nostra afasia, la nostra compulsività nascosta. È un’altra razza più brusca e diversamente corporativa di quella dei guerrieri della bellezza di Jan Fabre, la razza di questi intrepidi esploratori, sincronici antieroi, solitari lupi della scena, ma qualcosa di imparentabile nel Dna a me pare che sussista, al di là delle radici americane che legittimamente Favale attribuisce al suo praticantato d’oltreoceano. Poi, certo, alcune dinamiche seguono le cadenze seriali del suono-rumore originale di Daniela Cattivelli e dei cespiti scelti dai Mountains, dai Sigur Ros, da Alex Somers, da Windy & Carl. Ma c’è pure un ritmo emesso dalle anatomie di queste creature in cattività, in tempesta.