THE WILDERNESS – niente di tutto ciò è reale

Un lavoro di Fabrizio Favale

 

Durata 47 minuti

 

Coreografia Fabrizio Favale
Set First Rose
Danzatori Martin Angiuli, Daniele Bianco, Vincenzo Cappuccio, Martina Danieli, Francesco Leone, Mirko Paparusso
Musica Alex Somers, Sigur Rós, M83
Stage manager Andrea La Bozzetta
Co-produzione Festival MilanOltre, KLm – Kinkaleri / Le Supplici / mk
Con il contributo di MIBAC / Regione Emilia-Romagna
Con il sostegno di h(abita)t – Rete di Spazi per la Danza / Sementerie Artistiche, Crevalcore / Teatro Consorziale di Budrio

 

 

1 Intro
2 Dragonflies
3 Third Eye
4 Ibis Tanz
5 Frattale
6 Ice Fall
7 The Wilderness
8 Tornado
9 The Turing Machine
10 A Simple Canon
11 Away From Everything
12 Another Language
13 Outro

 

 

Questo lavoro vuole essere un tributo alla magia e l’incanto della Serpentine Dance di Loïe Fuller (1862-1928), assoluta pioniera di quella modalità visiva che solo più tardi avremmo definito psichedelica, optical.

 

THE WILDERNESS è una rapida e leggera successione di 13 danze in un ambiente artefatto e vagamente psichedelico. L’impressione è che queste danze arrivino da lontano, da mondi esotici. E di fatto lo sono. Tutte le danze di The Wilderness sono state create in ambienti lontani e talvolta ostili, nelle foreste, nella neve, sotto la pioggia, vicino agli animali… E ora le vediamo in teatro, come in seguito allo sbarco di un cargo proveniente dalle indie che trasporta rarità e animali fantastici.

In THE WILDERNESS le danze avvengono in uno spazio vuoto e plumbeo, reso cangiante da bagliori innaturali prodotti da speciali effetti luce, e nel loro ripresentarsi sembrano accennare al ripetersi di cicli naturali o cosmici. Nelle loro instancabili variazioni queste danze descrivono un mondo che non c’è, eppure sembrano rimandare ora a strani neri ricami di volo di rondine; ora a disegni geometrici, sincronie e canoni come in uno sbocciare di frattali. Tuttavia un umore selvaggio a tratti si percepisce, come qualcosa di incontrollato che avanza e rigoglia dentro una cosa ordinata. È la terra selvaggia, the wilderness.

 

“La questione del paesaggio è forse anche la questione dell’incertezza. Il paesaggio, reale o immaginario che sia, implica sempre due questioni: l’una è geometrica, per così dire, dove si ha a che fare con le distanze, le prospettive, ciò che si riesce a percepire o a percorrere. L’altra a che fare con l’anima, in un dialogo muto fra immagini che si svolge da qualche parte e non sappiamo dove. Per cui non è raro vedere l’Islanda là dove c’è solo un declivio verso il torrente o vedere un estemporaneo raduno di etruschi là dove dei contadini questionano in lontananza. …Eppure mentre cerchiamo di ricucire le incongruenze suggerite da un luogo spettrale, mentre cerchiamo di giustificarne e misurarne le distanze, qualcosa rigoglia e avanza e rinfoltisce e rende impraticabile qualunque luogo che prima aveva una parvenza di familiarità. The wilderness, viene chiamato altrove: terra selvaggia.” Fabrizio Favale

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