THE WILDERNESS – niente di tutto ciò è reale

Un lavoro di Fabrizio Favale

 

Durata variabile da 20 a 50 minuti

 

Coreografia Fabrizio Favale
Set First Rose
Danzatori Martin Angiuli, Daniele Bianco, Vincenzo Cappuccio, Francesco Leone, Mirko Paparusso
Musica Alex Somers, Sigur Rós, M83
Co-produzione Festival MilanOltre, KLm – Kinkaleri / Le Supplici / mk
Con il contributo di MIBAC / Regione Emilia-Romagna
Con il sostegno di h(abita)t – Rete di Spazi per la Danza / Sementerie Artistiche, Crevalcore / Teatro Consorziale di Budrio

 

 

1 Intro
2 Dragonflies
3 Third Eye
4 Ibis Tanz
5 Frattale
6 Ice Fall
7 The Turing Machine
8 The Wilderness
9 Away From Everything
10 Another language
11 Outro

 

 

Questo lavoro vuole essere un tributo alla magia e l’incanto della Serpentine Dance di Loïe Fuller (1862-1928), assoluta pioniera di quella modalità visiva che solo più tardi avremmo definito psichedelica, optical.

 

Dopo aver frequentato a lungo paesaggi agricoli, industriali o selvaggi all’aperto con progetti speciali e appositamente dedicati, la compagnia torna ora in teatro inventando e descrivendo un paesaggio inesistente, apparentemente nudo, geometrico, alieno.
THE WILDERNESS è una rapida e leggera successione di 11 danze ipnotiche e vagamente psichedeliche, che si pone la problematica ottica e percettiva di ciò che vediamo quando guardiamo qualcosa, nel confine sempre incerto fra ciò che è reale e ciò che è sognato. La tematica è arcaica eppure attualissima: un senso del magico, rispetto alla percezione, ha accompagnato l’uomo fin dagli inizi, e ancor’oggi, a dispetto della nostra tecnica, sogno e realtà si scambiano i propri tasselli in un continuo dialogo.
In THE WILDERNESS le danze avvengono in uno spazio vuoto e plumbeo, reso cangiante da bagliori innaturali prodotti da speciali effetti luce, e nel loro ripresentarsi sembrano accennare al ripetersi di cicli naturali o cosmici. Nelle loro instancabili variazioni queste danze descrivono un mondo che non c’è, eppure sembrano rimandare ora a strani neri ricami di volo di rondine; ora a disegni geometrici, sincronie e canoni come in uno sbocciare di frattali; ora invece a intensità aspre, selvatiche, umorali, emotive che rimandano a quelle essenze dell’esperienza poco decifrabili eppure dense di vita.

 

“La questione del paesaggio è forse anche la questione dell’incertezza. Il paesaggio, reale o immaginario che sia, implica sempre due questioni: l’una è geometrica, per così dire, dove si ha a che fare con le distanze, le prospettive, ciò che si riesce a percepire o a percorrere. L’altra a che fare con l’anima, in un dialogo muto fra immagini che si svolge da qualche parte e non sappiamo dove. Per cui non è raro vedere l’Islanda là dove c’è solo un declivio verso il torrente o vedere un estemporaneo raduno di etruschi là dove dei contadini questionano in lontananza. …Eppure mentre cerchiamo di ricucire le incongruenze suggerite da un luogo spettrale, mentre cerchiamo di giustificarne e misurarne le distanze, qualcosa rigoglia e avanza e rinfoltisce e rende impraticabile qualunque luogo che prima aveva una parvenza di familiarità. The wilderness, viene chiamato altrove: terra selvaggia.” Fabrizio Favale

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