Lute | Arrivo delle scintille e dei bagliori in ogni cosa

Un lavoro di Fabrizio Favale – First Rose

 

Durata variabile da 15 a 50 min

 

Ideazione e coreografia Fabrizio Favale
Set, costumi e video effects First Rose
Danzatori Daniele Bianco, Vincenzo Cappuccio
Musica Alex Somers, Jónsi, Paul Corley & Sigur Rós
Produzione KLm – Kinkaleri / Le Supplici / mk
Co-produzione MilanOltre Festival, Milano
Con il contributo di MIBACT / Regione Emilia-Romagna
Realizzato in residenza creativa presso ALASKA, un programma sperimentale a cura di KLm e AMAT – Associazione Marchigiana Attività Teatrali

 

 

Lute è lo scintillare della brace in un antico dialetto italico. Quell’enigmatico scintillare che tanto ipnotizza in geometrie evanescenti. Come se fosse la pulsazione di un codice tanto alieno quanto universale. Come i linguaggi che non comprendiamo ma che ci catturano come in sogno: lo straniero, tutti gli animali, le piante, i minerali, le macchine. Che ci lascia interdetti e innamorati come se fosse il dire di tutte le cose. È davanti a quelle braci che l’uomo ha iniziato a raccontare storie fantastiche. Quasi che quel luccicare fosse la dimora stessa e l’origine del sogno ad occhi aperti, dell’invenzione.

Questo lavoro si spinge in una direzione visiva alterata e sognante. Immerse in uno spazio vuoto e reso scintillante da speciali effetti luce/video, due figure appaiono come esseri non ben identificabili che danzano e costruiscono strani oggetti. L’incertezza permane per tutto il tempo delle loro misteriose azioni: sono creature del sogno o sono animali che sognano? Sono due alieni caduti dal cielo in esplorazione o sono esploratori in Antartico che preparano un campo base? Sono antichi etruschi in festa o sono sguardi di uomini intenti a captare segnali dal cielo? Eppure qualcosa nella loro stessa natura è alterato, come a rivelare mutazioni artificiali: sono interamente umani, ma la loro pelle scintilla come un minerale e trascinano sulle spalle una flora essiccata e misteriosamente colorata da bagni chimici o incroci genetici. La loro perpetua e incessante azione lascia intuire una misteriosa attività da api. Qualcosa di esatto, quasi meccanico, traspare nelle loro azioni nel disegnare traiettorie e geometrie spaziali. Danzano in un linguaggio inventato, che attraversa diversi codici e in definitiva non ne sceglie nessuno. Quasi volesse lanciare nell’etere un messaggio comprensibile a tutti gli animali. O decriptare qualcosa nelle infinite possibilità del dire.
Questo lavoro porta lo spettatore nella meditazione di un luogo che non è né qui né là, che arriva nella modalità spettrale con cui arriva la luce di stelle ormai estinte.
Inaugura una strada che mescola materiali organici e inorganici, giocando con la morfologia dei danzatori che rilasciano bagliori e scintille.
Questo forse è solo il disegno di un piccolo e insensato arabesco.
Un enigma che vorremmo dedicare alla memoria di Alan Turing.